Le guide Storiche, Personaggi

Michele Bettega

Testo: Mirco Gasparotto | Foto a cura di: Narci Simion - Guida Alpina

La grande “aquila”

Passaggio di testimone

All’alba del 24 luglio 1878, dall’Albergo Alpino di Leopoldo Ben a San Martino di Castrozza, si metteva in marcia la carovana alpinistica pianificata dai viennesi Alfred von Pallavicini e Julius Meurer in direzione dell’ambita Pala di San Martino, al tempo vetta ancora inviolata nell’incerta cartografia che la indicava come possibile quota massima del gruppo delle Pale.

La spedizione era partita in carrozza, una decina di giorni prima, dall’Hotel Toblach, in Pusteria, ed era transitata al “Croce Bianca”, ad Ampezzo, qui ingaggiando due collaudate guide alpine: Santo Siorpaes e Arcangelo Dimai. Se il primo non aveva certo bisogno di presentazioni, pure il secondo offriva buone referenze, aderendo alle orme tracciate dal padre Angelo, capostipite del ramo famigliare dei Dèo guide alpine. Eppure con l’arcigna Pala lo stesso Siorpaes, senza dubbio la più rappresentativa guida del primo pionierismo dolomitico, aveva un conto in sospeso che sembrava non riuscire a chiudere, avendone già fallito la salita per ben cinque volte.

Come in uso nella pratica alpinistica d’allora, il giorno precedente le due guide ampezzane avevano faticosamente gironzolato ai piedi del colosso dolomitico con l’obbiettivo di decifrarne gli ancora segreti punti deboli. Dopo un’estenuante esplorazione del ghiacciaio incastonato ai piedi del versante nord, in serata i due cortinesi fecero ritorno a San Martino. Per supportare la carovana, quindi, Meurer informa di come ricorse ad una sua conoscenza: …per alleviare le nostre brave guide molto affaticate prendemmo seco noi come portatore Michele Bettega addetto al servizio dell’albergo, che mi accompagnava nel decorso anno valicando il passo delle Comelle.
I cinque membri della spedizione, quel 24 luglio 1878, riuscirono finalmente a calcare la calotta – allora completamente innevata – della Pala di San Martino, fermando non solo il particolare momento storico ma pure l’importante esordio alpinistico di Bettega. In conclusione del suo scritto, dopo aver tessuto le lodi di Siorpaes quale indiscusso artefice dell’impresa, Meurer ne sancisce ufficialmente l’iniziazione all’alta quota: Non devo poi dimenticare nemmeno il nostro modesto Michele Bettega che non poco contribuì al buon esito dell’impresa e può quindi essere raccomandato certamente come guida nel gruppo dolomitico, ad ogni alpinista che visita San Martino.
Erano, queste, le ultime stagioni dell’originario ciclo esplorativo del continente dolomitico e, di lì a poco, lo scenario storico dell’alpinismo si sarebbe apprestato ad evolvere in favore di moderne filosofie e conseguenti scuole di pensiero. Rinnovati concetti sfoceranno nel successivo periodo dei cosiddetti “senza guida”; nuovi soggetti che avrebbero sconvolto l’universo alpinistico. Nondimeno, stava maturando pure quella visione che introdurrà all’alpinismo della “seconda maniera”, così ben definito dal De Falkner con l’espressione “l’arte per la natura e per l’arte”, ad intendere quell’attenzione rivolta alle cime meno alte ma dall’approccio tecnico ed estetico sempre più difficoltoso e ricercato. 
Quel 24 luglio 1878, in cima alla Pala, Siorpaes aveva quarantasei anni, mentre Bettega neppure venticinque. Per la grande guida alpina ampezzana si stava profilando l’ultima importante fase di un’incommensurabile carriera; per il giovane “portatore” di Primiero, invece, sarebbe iniziato il lungo e brillante excursus destinato, al pari di quello di Siorpaes, ad umanizzare la grande storia di misteriosi, pallidi monti.

Constatammo con sorpresa che Michele Bettega, allora l’unica guida competente della valle, era la stessa persona che aveva trasportato i nostri bagagli in hotel. In Irlanda sarebbe stato il cosiddetto “ragazzo del posto” che, all’occorrenza, si trasforma in falegname o muratore; mentre la domenica officia come chierico nella piccola cappella vicina all’hotel.

Ritratto di guida alpina

Constatammo con sorpresa che Michele Bettega, allora l’unica guida competente della valle, era la stessa persona che aveva trasportato i nostri bagagli in hotel. In Irlanda sarebbe stato il cosiddetto “ragazzo del posto” che, all’occorrenza, si trasforma in falegname o muratore; mentre la domenica officia come chierico nella piccola cappella vicina all’hotel.

George Scriven, 1889

Nato a Mezzano, nell’asburgico Primör, il 1° dicembre 1853, Michele Bettega trascorse infanzia e adolescenza in modo non certo dissimile da quanto le condizioni sociali d’allora consentivano a chi apparteneva al più basso volgo. A una prima alfabetizzazione comunque prevista dalle leggi del dominante impero dell’aquila bicipite, era seguita l’assunzione a servizio della possidente famiglia Ben, tra lavori di fatica, dura pastorizia in quota e magra agricoltura. Ma nelle Dolomiti della seconda metà dell’Ottocento, la nuova imprenditoria turistica con le sue enormi potenzialità, già radicata nei distretti imperiali della Pustertal e d’Ampezzo ed avviata pure nelle giovani province italiane di Cadore e Agordino, stava per colonizzare anche l’appartata Val Cismon. Uno stimolo originato dalla nuova strada aperta tra Fiemme e Siror che avrebbe scavalcato der Rollepass– l’italiano Giogo di Costonzella- e favorito dagli hotel “alla Nave d’oro” di Predazzo e “all’Aquila nera” di Primiero, dove iniziavano a sostare con frequenza viaggiatori e alpinisti britannici e germanofoni. Quando nel 1873 Leopoldo Ben scelse d’inaugurare un piccolo albergo là dove s’ergeva isolato l’ospizio per i viandanti e l’antico monastero dei Santi Martino e Giuliano, a quasi 1500 metri d’altitudine, di fronte alla panoramica scogliera dolomitica compresa tra Cimon della Pala e Sass Maor, per Michele Bettega si presentò l’occasione della svolta. Un’opportunità che il giovane di Mezzano colse a piene mani, divenendo prima e unica guida alpina autoctona per quell’imponente distretto dolomitico; condizione, questa, che gli garantì una sorta di monopolio alpinistico almeno fino al 1887. 

Ancora in quell’anno, infatti, Ottone Brentari nella sua “Guida Alpina di Belluno-Feltre” riportava: Michele Bettega di Transacqua unica guida per salite difficili nel gruppo delle Pale. Il recapito presso l’Albergo Alpino, dunque, permise a Bettega di entrare in contatto con i grandi nomi dell’alpinismo in una fase che, per quanto concerne l’esteso gruppo delle Pale, contemplava non solo la corsa alle principali cime ma pure la minuziosa conoscenza geografica. Unici elementi di concorrenza sarebbero giunti dalla vicina Val di Fassa e dal più lontano Ampezzo, dove la tradizione alpinistica si era già consolidata soprattutto grazie ai tre fratelli Bernard e ai noti Siorpaes, Dimai e Lacedelli. Ciononostante Bettega seppe sempre elevarsi, nella modernità del ruolo di guida, agli stessi loro livelli (notorietà compresa). 

Un primo e fondamentale riscontro biografico su Michele Bettega lo si deve a don Carlo Giacomelli, vice-priore a San Martino tra il 1883 e il 1907, periodo contemporaneo e pienamente sovrapponibile all’attività dell’emblematica guida alpina. Il colto uomo di fede lasciò un memoriale datato 1908 in cui annotò cronache e vicende della comunità in cui aveva operato. Pure in modo approssimativo, il fenomeno alpinistico inteso come espressione sociale non poteva certo passare inosservato all’occhio del curatore d’anime. Se il dato storico rimane piuttosto vago, lo scritto assume invece particolare rilevanza quando diviene sensore del territorio e della sua gente: …il già famoso e rinomato Michele Bettega da Mezzano, domiciliato a Transacqua. Nato da poveri genitori e fin dall’infanzia usato alla parsimonia, alla fatica, all’attività, alla cura del tempo, lungi dal vizio di qualsiasi specie, così sempre si mantenne. La sua prima occupazione fu quella di pastore; a 19 anni si alloggiò presso la famiglia dei Ben di Fiera, quale servo e figlio, con la quale rimase per circa vent’anni, e, siccome pratico del bestiame e della pastorizia, fu quasi sempre occupato in San Martino dai Ben, affittuari generali del Beneficio. Se il sostantivo “figlio” lascia aperto a più di qualche supposizione, certo è che, tra le varie corvée svolte dal ragazzo, c’è pure l’accompagnamento dei turisti alla ricerca dell’avventura alpinistica. E ancora, se risulta praticamente impossibile rintracciare con precisione quanto Bettega compì in alta quota nei primi anni di sottopagata servitù alberghiera (1874 c. prima salita della Cima Pradidali), dall’importante vittoria sulla Pala di San Martino in poi il suo nome si lega ad una moltitudine di scalate – che certifica una redditizia attività autonoma – e ad alcune imprese davvero straordinarie, come la prima ascensione della parete sud della Marmolada di Penìa. 

Detto questo, appare riduttivo condurre la figura di Michele Bettega esclusivamente entro canoni tecnici alpinistici. Al di là delle istintive doti arrampicatorie, che la guida di Primiero avesse carattere e personalità amabili e attraenti trova conferma pure in parecchie note di chi lo ebbe guida; peculiarità che contribuirono ad alimentare e rafforzare la sua fama negli ambienti alpinistici europei. A tale proposito, le cronache del tempo sono ricche di elementi trasmessi da chi si legò alla sua corda. Ben noto, per esempio, è quanto scrisse l’alpinista ed ufficiale prussiano Theodor Wundt, che frequentò con continuità le migliori guide dolomitiche del periodo, tra cui lo stesso Bettega: Occupiamoci ora delle Guide di San Martino. Capo di esse è Michele Bettega, il cui nome è così congiunto alla storia delle indagini nel gruppo delle Pale da appartenere quasi ad una delle sue meraviglie (…) È un simpaticone che nel suo temperamento meridionale e nella sua vivace allegria ha ottime qualità da aggiungere a quelle incomparabili di guida alpina.

Se rimane fin troppo sintetico, eppure significativo, il commento di un altro suo importante cliente, l’inglese Charles Comyns Tucker, alpinista inscindibilmente legato alle Pale per essere stato non solo il primo sul Sass Maor ma pure sulla Cima Canali proprio con Bettega (…si è dimostrato in questa, come durante altre spedizioni, uno scalatore valido e capace, e un compagno altrettanto allegro e piacevole), ben più indicativo è quanto lascia scritto il musicista e compositore torinese Leone Sinigaglia, tra i pochi nomi forti dell’alpinismo occidentale che si confermarono in quel frangente anche tra le Dolomiti: Michele Bettega mi ha accompagnato come guida nella traversata di Cima di Pradidali partendo dal Rifugio Pradidali. Il cattivo tempo ci impedì di compiere insieme più ardue salite che avevamo progettato. Nella suddetta traversata però ebbi campo d’ammirare l’eleganza e abilità d’arrampicatore, la prudenza continua, il carattere allegro e geniale che hanno meritevolmente reso così popolare, e non solo a S. Martino, il nome di questa bravissima guida. I due giorni di pioggia passati al Rifugio Pradidali mi trascorsero presto nella brillante compagnia di Bettega! Spero di poterlo avere per guida l’anno venturo in più difficili salite – e in effetti fu così. 

Ecco, quindi, che del suo profilo di guida, oltre alle indiscutibili qualità alpinistiche, ebbe un ruolo importante pure la capacità d’interagire positivamente con quel gruppo d’alpinisti borghesi che, da tutta Europa, puntualmente raggiungevano la Val Cismon per ingaggiarlo. 

Ritengo che Bettega e Zagonel siano stati il miglior team che ci sia mai stato sulle Dolomiti. 

Incontri sui monti pallidi

Ritengo che Bettega e Zagonel siano stati il miglior team che ci sia mai stato sulle Dolomiti. 

Hermann Reisach, 2001

“Ho fatto il Cimon della Pala 206 volte”, rispose Michele Bettega a Cesco Tommaselli nel 1932, quando il corrispondente si recò presso la sua casa di Molarén di Primiero per intervistarlo. Il magistrale articolo, dai toni celebrativi, comparve sul Corriere della Sera il 18 ottobre dello stesso anno, sintetizzando il percorso di una vita dura, che traversò con sacrificio “la guerra tra i popoli” e che venne interamente vissuta scoprendo le Dolomiti ed alimentandone l’epopea. L’esperto giornalista veneziano titolò la rubrica in cui apparve lo scritto “Incontro sui Monti Pallidi”. E in effetti l’alpinismo di Bettega fu pure una questione d’incontri.

Nelle ascensioni più importanti che la guida firmò in oltre un quarantennio d’attività, è piuttosto semplice verificare come il nome del compagno di cordata con cui si cimentò non fosse certo un elemento casuale. Anzi, si è trattato spesso di vere e proprie personalità alpinistiche.
Il sopracitato assolutismo di Reisach, biografo della Tomasson ed anch’egli guida alpina, è forse esagerato (basti pensare, ad esempio, alla cordata Dibona-Rizzi); accertata comunque l’indubbia portata storica del “team”, questo consente d’accennare alla figura di Bortolo Zagonel (1868-1951), guida alpina di Tonadico d’una generazione più giovane di Bettega, ma altrettanto emblematica da risultarne quasi una congiunzione naturale. È con quest’ultimo che la guida di Mezzano si manifesta in perfetta sintonia alpinistica e, forse, è proprio in Zagonel che risiede la chiave di lettura per spiegare i grandi successi che Bettega siglò dopo i quarant’anni d’età, nella seconda parte della sua lunga carriera. Bortolo Zagonel, infatti, appartiene alla generazione che rinnoverà gli obbiettivi accelerando sensibilmente i parametri delle difficoltà arrampicatorie, aderendo concettualmente alle avanguardie della cosiddetta “Neue Schule” alpinistica, con cui Bettega si troverà a proprio agio. Per contro Zagonel, che ebbe un excursus pure di qualità, allineato alle alte potenzialità che esprimevano le migliori guide dolomitiche dell’epoca, non poté non risentire del grande carisma del famoso collega, e probabilmente la sua figura ne fu storicamente limitata. Al di là del rilievo, i due firmano numerose pagine di grande alpinismo sulle Pale di San Martino, tuttavia toccheranno il culmine del successo fuori dal familiare gruppo dolomitico battezzando, come già detto, la prima salita della parete sud della Marmolada.

Del resto, si troveranno ad accompagnare alcuni alpinisti dalla personalità fuori dal comune. Beatrice Sybil Tomasson (Nottingham, 1859-Little Benhams, 1947), educatrice presso i salotti dell’alta società degli Imperi Centrali, è una donna arcigna, caparbia e sfuggente; nubile fino alla sessantina. Una viaggiatrice defilata, tanto che gli unici segni di passaggio sono alcune corrispondenze spedite dagli hotel di qualche capitale europea, oltre a ciò che lascia scritto delle sue scalate nei libretti delle guide che puntualmente assume. Eppure si tratta della “migliore rocciatrice del Tirolo”, come ebbe a definirla Edward Leslie Strutt, futuro presidente dell’Alpine Club che la conobbe molto bene. Un modello femminile, il suo, che si posiziona al di fuori dei canonici ruoli di moglie e madre. Tant’è che trentottenne, nel giugno del 1897, accompagnata da Michele Bettega, s’introduce nella catena meridionale delle Pale, in quello che Euringer nei suoi studi aveva definito Der Zug der Croda Grande, ed è la prima donna a farlo. Fu una campagna alpinistica densa di successi quali la prima ascensione dei Lastei d’Agner, la terza salita al Sass d’Ortiga, la seconda alla Cima delle Sedole, la seconda alla Pala della Madonna (peraltro insieme a Oscar Schuster); e ancora la terza ascensione della Croda Grande, la seconda alla Cima del Coro, la prima traversata della Cima dell’Alberghetto, etc. Il tour dolomitico durò fino a fine luglio, contemplando anche Sassolungo e Odle, per concludersi ancora sulle Pale. Dopo un brillante intermezzo tra le vette delle Alpi centrali, nell’estate del 1901 la Tomasson ritornerà sulle Dolomiti inseguendo progetti ambiziosi. Ancora in Val Canali, con il team Bettega-Zagonel, l’alpinista inglese omaggerà la sua terra inaugurando due vette con gli appellativi di Campanile della Regina Vittoria e Torre del Giubileo, così ricordando il sessantesimo anno di regno della Sovrana. Entrambi i nomi troveranno formale battesimo esclusivamente nel libretto di guida di Bettega. Come nelle stagioni precedenti, infatti, anche questa volta Beatrice Tomasson non lascerà troppi indizi sulla sua strada se non, il primo luglio, la sua decisa impronta sulla parete sud della Marmolada.

Nonostante la cronaca dell’ascensione oggi sia ben nota, qui vale la pena riportare quanto la Tomasson scrisse ultimando le due pagine di relazione nel libretto della sua guida: Bettega stette in testa per due terzi della salita e fu veramente ottimo sotto ogni aspetto, perché seppe superare difficoltà apparentemente insormontabili con il suo immancabile coraggio e la sua abilità. Per quanto riguarda il valore dell’ascensione, invece, lasciamo la parola al tedesco George Leuchs, che con il fratello Kurt ne fu il primo ripetitore nel 1902: La scalata è difficile praticamente dall’inizio alla fine e offre una serie di passaggi di difficoltà fuori dal comune. La parete sud della Marmolada dovrebbe essere catalogata fra le più imponenti, lunghe e difficili scalate delle Alpi.

Nella suddetta traversata però ebbi campo d’ammirare l’eleganza e abilità d’arrampicatore, la prudenza continua, il carattere allegro e geniale che hanno meritevolmente reso così popolare, e non solo a S. Martino, il nome di questa bravissima guida.

Con la prima salita della “parete d’argento”, a quarantotto anni, Bettega si era preso una degna rivincita da quell’8 luglio 1895, quando dovette ritirarsi dalla parete nord-ovest della Civetta insieme ai triestini Pietro Cozzi e Vittorio Polli e alla guida di Alleghe Santo De Toni. Un progetto neppure troppo illusorio, naufragato nel cattivo tempo e dopo un bivacco. Escludendo la coincidenza, si potrebbe ipotizzare un gioco di rincorse, perché la “grande parete” vedrà vincitore il 24 agosto di quella stessa estate il binomio britannico Phillimore-Raynor – con le guide Antonio Dimai e Giovanni Siorpaes – che qui inaugurerà una delle loro celebri “vie inglesi”. 
Gioco di rincorse, si diceva, perché l’allora studente di Oxford John Swinnerton Phillimore (Boconnoc, 1873-Shedfield, 1926) e il preside della King’s Westminster School Arthur Guy Sanders Raynor (Maldon, 1863-Westminster, 1935) avevano conosciuto Michele Bettega a San Martino proprio nella stessa estate, qualche settimana dopo il tentativo compiuto con De Toni e i due alpinisti triestini. Insieme a Bettega, Phillimore e Raynor avevano salito Sass Maor, Cimon della Pala, Rosetta, Cusiglio e Cima Canali prima di dirigersi (probabilmente con qualche consiglio) verso la fascinosa Civetta.

La coppia britannica sbrigherà un fugace passaggio sulle Pale anche nell’agosto 1896 (il 23 nuova via sul Figlio della Rosetta; il 24 prima traversata della Pala di San Martino), mentre dedicherà loro maggior tempo nell’anno successivo. Il 25 agosto 1897 Phillimore e Raynor fanno il loro ingresso nella nuova Canalihütte, di ritorno dalla traversata sud-est/nord-ovest della Cima Pradidali. È, questa, l’ultima d’un fitto ciclo di prime ascensioni iniziato il 6 agosto sulla Grande di Lavaredo, proseguito tra Tofane e Pelmo, e che ora si stava per concludere sulle Pale. Il 22 agosto, insieme a Bettega e alla guida Antonio Tavernaro, i due avevano inaugurato il “Camino Phillimore” sul versante sud della Cima della Madonna; ennesima scalata in cui Bettega aveva nuovamente dimostrato la sua grande classe. Insieme alla loro guida e a Zecchini, gli inglesi alloggeranno presso la Canalihütte fino al 28 agosto, chiudendo la loro luminosa stagione dolomitica con le prime salite di Torre Dresda, Punta del Rifugio e Pala del Rifugio; tre vette che dedicano al nuovo ricovero che li ospita, oltreché alla città della sezione del DOeAV proprietaria. Nella loro ultima giornata dolomitica dell’anno, inoltre, i due portano a termine la terza salita della Cima del Coro e la prima ripetizione della Torre del Giubileo, sulle tracce di Beatrice Tomasson e di quanto trovano scritto nel libretto di Bettega.
Il binomio Phillimore-Raynor raccoglierà anche nella seguente estate importanti successi dolomitici, ma non sulle Pale, dove i due non torneranno più a legarsi insieme. Le loro innovative esperienze confluiranno in una relazione che Phillimore leggerà al cospetto dell’Alpine Club nell’aprile 1899. “The wrong side of some Dolomites” diverrà una sorta di manifesto per un alpinismo anticonformista, che rivolgerà la sfida a nuovi possibili scenari.

 A San Martino farà ritorno il solo John Phillimore nell’estate del 1900, quando il 29 agosto, ancora con Michele Bettega, compirà la traversata di Campanile di Castrozza, Campanile Val di Roda e Cima Val di Roda. Si tratta dell’ultima scalata del raffinato docente inglese, il cui cognome avrebbe segnato per sempre il mondo dell’alpinismo dolomitico. Del resto, ancora nel 1939, il politico e alpinista scozzese Leopold Amery appuntava nel suo diario: un giorno ricordo d’aver chiesto alla guida [Zaccaria] Pompanin sull’accessibilità di una certa parete. Egli scosse il capo e la liquidò come “impossibile”- e poi, come ripensandoci: “forse il Phillimore può farla” .

Nel 1933 l’ottantenne Bettega ricevette la visita di un altro giornalista, Dario Ortolani, che sulla scia di Tommaselli si recò presso la casa di Molarén per una nuova intervista. Pubblicato il giorno di Santo Stefano su Il Gazzettino, ne uscì uno scritto egregio in cui si legge fra l’altro… Michele Bettega è andato anche all’estero e vi ha ricevuto onori e soddisfazioni. La prima volta, invitato dal signor Lovelace, si reca in Inghilterra dove soggiorna prima a Londra, poi in una tenuta del Somerset. Ritornerà l’anno dopo, con Bortolo Zagonel, e vi permarrà altri trenta giorni, ospite dello stesso signoreÈ, questa, una storia di stima e amicizia la cui origine potrebbe essere collocata il 2 luglio 1898, quando Bettega sale con due alpinisti britannici e Giuseppe Zecchini …una cima innominata, posta dietro alla Pala dei Colombi con una cresta digradante da Nord a Sud (…) in 3 ore dal campo innevato chiamato “Laste della Fradusta” (…) è stata battezzata dalle guide “Cima del Conte” in onore dell’occasione.

Il titolo nobiliare rimanda ad uno dei due alpinisti accompagnati da Bettega, ossia il Conte di Lovelace, la cui complessa figura è stata rivelata solo di recente nonostante l’araldico appellativo sia echeggiato con frequenza tra le pareti delle Dolomiti di San Martino (e non solo). Dal punto di vista alpinistico, l’assidua frequentazione del gruppo delle Pale- e particolarmente della Val Canali – per il sessantenne Ralph Gordon Milbanke-King ovvero Conte di Lovelace (Middlesex, 1839-Surrey, 1906), corrisponde solo all’ultima parte della sua vasta e ricca esperienza, che fin dal 1871 l’aveva visto in vetta al Cervino (27a salita). Ma oltre il suo alpinismo, sempre votato alla massima discrezione e che rimanda alle vicissitudini di una vita non sempre facile (come la Tomasson, anch’egli lasciò, quali uniche note, quelle scritte nei libretti delle sue guide), ciò che più colpisce è che dietro il nome di Lovelace si celi nientemeno che il nipote del poeta romantico George Gordon Byron.

Tra la moltitudine di arrampicate che l’aristocratico inglese inaugurò sulle Pale, la più enigmatica – tanto d’apprestarsi a diventarne storicamente la più rappresentativa – è quella che lo lega alla strapiombante Punta del Caldrolòn. Vinta dopo tre giorni di tentativi da parte dei prediletti Bettega e Zagonel, Lovelace proporrà di chiamarla La Strega, alludendo alla vecchia leggenda della Strega delle Alpi. Il nobile britannico, che dal 1898 aveva iniziato a frequentare la Val Canali esplorando la zona del Cimerlo, appropriandosi alpinisticamente dei campanili degli Sforcelloni, segnando per primo, tra le altre, la rampa ovest della Cima del Coro (secondo itinerario alla vetta dopo la via Schuster), tornerà puntualmente sulle Pale fino al 1902, estendendo il suo interesse alpinistico anche alla catena di San Martino ed includendo pure alcune divagazioni tra Catinaccio, Sassolungo e Dolomiti ampezzane. Dopo quell’estate, per un paio di stagioni, preferì invitare Bettega (quindi Zagonel) in Inghilterra, nella tenuta di famiglia in West-Somerset, per arrampicare tra le scogliere di Exmoor, sul Golfo di Bristol (tanto che esiste una “Parete Bettega” e una “Pala delle Caponere”). Al momento del definitivo commiato, Lovelace scriverà sul libretto della sua guida: Michele Bettega è stato qui in visita dal 3 ottobre fino al 7 novembre 1903, durante questo periodo ha accompagnato diversi gruppi di scalatori (…) su numerose pareti della costa, alcune delle quali di notevole interesse arrampicatorio (…) Nel congedarmi da lui per quest’anno, desidero esprimere quanto gli sia debitore come alpinista e come amico, sia per questo che per tutti gli anni precedenti.
Da quel giorno, i due non ebbero più modo di vedersi. Lovelace morì inaspettatamente un paio d’anni dopo.

Ponendo sotto la lente dello storico la lunga esperienza alpinistica di Michele Bettega, è possibile mettere a fuoco due differenti, grandi periodi. Entrambi, senza soluzione di continuità, determinano l’eccezionalità del personaggio.

Alpinismi

Sarebbe interessante indagare se il senso agonistico della montagna sia stato in lui una tendenza istintiva, oppure se gli sia venuto dall’educazione, cioè dal contatto con gli alpinisti che ogni estate salivano a cercarlo.

Cesco Tommaselli, 1932

Ponendo sotto la lente dello storico la lunga esperienza alpinistica di Michele Bettega, è possibile mettere a fuoco due differenti, grandi periodi. Entrambi, senza soluzione di continuità, determinano l’eccezionalità del personaggio.
Il primo, corrispondente agli anni ‘80 dell’Ottocento, vede Bettega entrare in contatto con l’alpinismo di matrice esplorativa e con alcuni suoi importanti interpreti come Euringer, Diamantidi, Jeanne Immink, ma anche con l’italiano D’Anna e i trentini Candelpergher, Dorigoni e Thaler, futuri epigoni della SAT. È in questo frangente, infatti, che Bettega s’appropria delle prime ripetizioni alle grandi cime di casa (sul Sass Maor, ad esempio, risulta in tre delle prime cinque ascensioni); esplora i più reconditi rami delle Pale; sale cime anche al di fuori dal proprio normale ambito (Sassolungo, Odle), anche extradolomitico (Ortles, Cervino), allineandosi così allo status di moderna guida alpina. L’edizione 1884 della Zeitschrift des DOeAV, monumentale pubblicazione distribuita a tutti i soci del sodalizio germanico, proponendo l’estesa monografia titolata Die Palagruppe, sancisce questo suo primo periodo d’attività. L’approfondito lavoro a firma di Gustav Euringer, frutto d’intense campagne esplorative che l’alpinista di Augsburg aveva compiuto soprattutto con la guida di Mezzano, avrebbe aperto al grande pubblico il vasto massiccio dolomitico. Questa prima fase, peraltro, vede Bettega appropriarsi d’un ruolo patriarcale rispetto al piccolo gruppo di guide alpine locali che verrà, irrobustendone così la figura. 

Il secondo periodo, databile con la cesura 1890-1910, è decisamente anomalo e sorprendente se affiancato alla sua condizione anagrafica. Alla soglia dei cinquant’anni Bettega s’appresta a vivere una maturità alpinistica che esclude la fase esplorativa prettamente conoscitiva, puntando invece ad un’accezione alpinistica di tipo sportivo in sintonia con i tempi, soprattutto con clienti britannici. Anche in questo caso le testimonianze non si contano, e tra queste c’è quella del londinese Henry James Theodor Wood che lo ingaggia per salire, sul Cusiglio, un lungo camino destinato per qualche tempo ad essere piuttosto ambito: feci con Bettega di S. Martino la prima ascensione di Cima Cugilio [sic], il più alto fra i “satelliti” della Rosetta (…) 98 piedi di corda furono richiesti per il superamento della porzione superiore del camino che Bettega volle salire, a dispetto delle mie insistenze perché si trovasse un’altra via, dal momento che non v’era possibilità alcuna di trattenerlo nel caso fosse volato (…) il camino costituisce sicuramente la più dura fra le vie “ordinarie” delle Dolomiti di S. Martino e dell’Ampezzano. Più poetico ma altrettanto indicativo è il ricordo di Guido Rey, che rammenta la sua salita del Camino Phillimore nell’estate 1912: vedo il Bettega che è legato con Ugo [De Amicis] lanciarsi avanti per contendere il passo a Zagonel ed a me che andiamo uniti e per un tratto le due coppie sono a fianco in un luogo estremamente difficile, così che odo il respiro del Bettega e gli vedo le rughe del volto contrarsi nello sforzo. Va come un giovine di vent’anni ed è bello questo vecchio salitore che vuol rivelarsi fin dal primo passo a’ suoi nuovi compagni onde non rimanga in essi alcun sospetto. Sembra festa per lui il riandare questa traccia che esso ha scoperto quindici anni or sono e che gli bastan l’animo e le forze di ripetere ancora.

Bettega, dunque, si adegua a un nuovo modello alpinistico in cui l’approccio alla difficoltà tecnica risulta nettamente diverso da quello constatato nella vittoriosa salita della Pala di San Martino quasi tre decenni prima. I suoi sono obbiettivi che mirano all’arrampicata moderna su cime confacenti ai parametri, per dirla con Ludwig Norman-Neruda, di “montagne alla moda” (cresta dell’Alberghetto, Campanile del Giubileo, Torre Dresda, Cusiglio, etc.). In questa nuova prospettiva, peraltro, devono essere inquadrate pure le prime salite invernali a Cima Grande e Cima Piccola di Lavaredo, insieme a Theodor Wundt (1892).

Eppure, nonostante questa concezione d’avanguardia, il suo alpinismo è spiccatamente tradizionalista: pur caratterizzato da una forte componente competitiva, Bettega rimane imbrigliato al ruolo di guida sempre ancorata al cliente, mai libera di praticare un’autonomia alpinistica. Nonostante lunghi anni di regime monopolistico a San Martino, dal punto di vista storico le sue ambizioni si concretizzano in concomitanza con quelle dei suoi clienti. Referenze alpinistiche, capacità arrampicatorie innate e predisposizione comunicativa, ne hanno fatto una sorta d’icona legata alle Pale. Una carriera, la sua, che si consacrerà su scala dolomitica con la storica impresa sulla Marmolada: successo dovuto alla sua grande esperienza, ma stimolato fortemente dalle ambiziose pressioni della Tomasson. L’attesa dell’arrivo di un cliente con cui entrare in simbiosi alpinistica, denota un limite rispetto a un Michl Innerkofler (Cima Piccola di Lavaredo, Croda da Lago, etc.) o a un Luigi Cesaletti (Torre dei Sabbioni, Pelmo per la Forca rossa, etc.). Inoltre se abilità tecnica e fiuto alpinistico, all’inizio degli anni Ottanta, delineavano la figura della grande guida, ora questa doveva fare i conti con una nuova generazione di alpinisti liberi da ogni preconcetto, come i “senza guida” Winkler, von Kraft o Schmitt, e con nuove leve che si chiamavano Antonio Dimai e Sepp Innerkofler.

Michele Bettega muore a Transacqua, quasi ottantaquattrenne, il 7 settembre 1937. Nonostante la sua attività di guida prosegua anche dopo la Grande Guerra, le sue ultime suggestive tracce, dal forte potere evocativo, si ritrovano in vetta al Campanile di Val Montanaia, lontano dalle Pale, su quello che Severino Casara avrebbe in seguito definito “il campanile più bello del mondo”. È il 24 giugno 1911 e sono trascorsi dieci anni esatti dalla vittoria sulla Marmolada, ascensione che per sempre lo ricorderà alla storia dell’alpinismo. La guida di Primiero s’appresta a compiere 58 anni, e legato a lui c’è ancora Beatrice Tomasson (quasi a ricordare l’anniversario). Con loro, inoltre, un’altra grande guida, l’ampezzano Angelo Dibona, più giovane di Bettega di ventisei anni. A ribadire la ciclicità della storia, nuovamente si verifica il passaggio di testimone. 

Aquile Magazine